FABRIZIO CAMMARATA
L’intervista


 

Fabrizio Cammarata è un artista, diciamolo subito. Difficilmente capita di sorprendersi e meravigliarsi davanti ad un lavoro discografico. Questo avviene quando senti “arrivare” il bello, quell’alchimia impercettibile di frammenti, dettagli, particolari che riescono a toccare le corde della tua sensibilità. Il suo nuovo lavoro, “Of Shadows”, prodotto da Dani Castelar per 800 A Records,  pubblicato nel  novembre scorso, è appunto un disco magico, surreale, ma straordinariamente quotidiano nel racconto del proprio sé. Amori e travagli, sentimenti e pensieri, ombre inconsce e ricercate. Il tutto nel solco di un sound che il cantautore siciliano scava a fondo, tracciando un sentiero viscerale e sanguigno. È stato un piacere incontrarlo, scambiare alcune riflessioni, suggerire nuove visioni.

Fabrizio, abbiamo ascoltato il tuo ultimo lavoro. È suggestiva l’immagine di un percorso intimo, una ricerca nei labirinti della propria esistenza. Ci ha sorpreso la straordinaria contaminazioni tra voci e suoni, che sembrano fondersi per raccontare il tuo vissuto…
«Se ci pensi una delle cose che unisce l’esistenza umana nei millenni è raccontare la propria parte più profonda. Succede almeno dai tempi di Saffo che qualcuno lo faccia senza paura e senza vergogna. Per me è un bisogno, lo devo fare per il significato sciamanico che ha su di me, o chiamala autoanalisi se vuoi… La cosa certa è che raccontarsi in questo modo non passerà mai di moda. Basta essere sinceri. E, se lo si è, il fatto che voci e suoni si intreccino e si fondano come dici tu è una cosa naturale, necessaria e facile. Lavoravo a un disco nuovo da molti anni, tutto sembrava difficile, finché a un certo punto ho percepito quale fosse la chiave. Da lì tutto è stato facile, puro diletto. Ecco, bisogna fidarsi dei percorsi semplici, perché probabilmente sono quelli giusti».

L’avvento delle nuove tecnologie digitali da un lato ha avvicinato i processi di fruizione musicale, ma ha anche reso difficile la vita all’industria discografica. Produrre un disco è cosa ardua e coraggiosa. Per questo il tuo progetto merita un plauso ancora più forte. Ci racconti come è nato? Ansie, speranze, segreti.
«L’unica speranza è quella di riascoltare i miei dischi fra quarant’anni ed esserne ancora orgoglioso, magari potere continuare a cantare quelle canzoni senza vergognarmi, senza sembrare un vecchio che prova a fare il giovane. Parlo sempre col me stesso settantenne, che assomiglia tanto alla mia coscienza. Ansia per il risultato? Sì, un po’, ma faccio in modo che ciò non occupi la mia mente più di tanto soprattutto nelle fasi di creazione e produzione. Lì devo rendere conto solo a me. I segreti restano segreti e li sappiamo solo io e chi si riconoscerà fra le righe delle canzoni».

L’educazione musicale è pressoché scomparsa come materia nelle scuole. Quali strumenti secondo te dovrebbero essere attuati dalle Istituzioni per ovviare a questa incresciosa noncuranza?
«Come in molti altri casi, il danno lo fa chi decide che fra il mondo della scuola e il mondo reale debba esserci una distanza siderale. La cancellazione di una materia come l’educazione musicale è percepita come una tragedia dai ragazzi? Secondo me no, perché magari in classe si annoiavano. Se gli fai capire cosa lega lo studio del solfeggio all’ultimo disco di Ghali, magari invece si appassioneranno». 

La tua espressività musicale ti porta a sempre nuove scoperte, a sempre nuovi viaggi. Cosa ti aspetti di incontrare? Cosa non vorresti incontrare?  
«Grazie al cielo, da un po’ di anni mi imbatto solo in belle cose, nel mio lavoro. Vorrei stare il più lontano possibile da chi si vende musicalmente al mercato. Non lo dico per motivi morali, ma per un problema di qualità. Negli anni ’60 ad esempio si faceva un sacco di musica per fare soldi, ma si tiravano fuori cose meravigliose».

Guarderai il prossimo Festival di Sanremo…?
«So già che in quella settimana sarò in tour in Europa…».

 

 

Gerry Mottola

Author: Gerry Mottola

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