Torna a Roma la Madonna Esterházy

A Palazzo Barberini un incontro speciale con la tenera bellezza

Una piccola tavola in pioppo, di soli 29×21,5 centimetri di dimensione. Arriva in prestito dallo Szépművészeti Múzeum di Budapest, il Museo Nazionale di Belle Arti ungherese. Certamente è un piccolo dipinto, ma senza dubbio è un enorme capolavoro, un’opera di assoluta bellezza e di grande importanza nella storia dell’arte Occidentale.

La Madonna, che viene chiamata “Esterházy” dal nome di famiglia degli ultimi proprietari, una delle più antiche casate magiare, venne dipinta da Raffaello intorno al 1508, un periodo di importante transizione artistica ed esistenziale dell’artista.

In qualche modo è proprio questo piccolo dipinto su tavola a testimoniare il passaggio dalla fine del periodo fiorentino, in cui Raffaello aveva incontrato l’opera di Michelangelo e Leonardo, e l’inizio di quello che sarà il suo ancora più importante periodo romano.

Il 1508 è un anno cruciale in cui si aprivano i cantieri per le decorazioni del nuovo Vaticano: la volta della Cappella Sistina e le Stanze degli appartamenti papali e il confronto del dipinto su tavola con il disegno preparatorio conservato al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi testimonia questo momento di passaggio.

Nel disegno infatti il fondale presenta un paesaggio tipicamente fiorentino, fatto di colline e alberi, diverso dalla tavola, dove nel paesaggio compaiono delle rovine antiche che di romano non hanno solo il sapore, ma precisi dettagli in cui si riconoscono i resti del Tempio di Vespasiano e della Torre dei Conti nel Foro Romano.

Della “Madonna di Esterházy” non ci sono elementi sulla committenza. Per chi stava dipingendo quella piccola tavola? Alcune fonti, compresa Wikipedia, citano un biglietto sul retro che la riconduce ad un dono di Clemente XI Albani all’imperatrice Elisabetta, la madre di Maria Teresa d’Asburgo. Ma questa sarebbe una operazione postuma, un passaggio di proprietà eventualmente avvenuto il secolo successivo alla scomparsa di Raffaello, che lasciò questa terra a soli 37 anni per divenire immortale. Sulla committenza fonti autorevoli propongono una tesi che evoca una storia più suggestiva. L’opera è stata solo pensata a Firenze, dove al massimo Raffaello ha iniziato a dipingerla, per poi portarla con sé nel percorso verso la Città eterna per rispondere alla chiamata di Papa Giulio II. Probabilmente non era più destinata alla vendita e non mancano certo tracce di commissioni inevase. Come sosteneva anche Bernard Berenson, potrebbe essere un’opera incompiuta, e questo resta piuttosto insolito, considerando proprio che per le sue ridottissime dimensioni, ad ultimarla Raffaello avrebbe impiegato davvero pochissimo tempo.

Perché Raffaello non ha mai ultimato questa piccola tavola? Eppure motivo ne avrebbe avuto. Perché, ad esempio, magari passandola per pochi minuti alla sua veloce ed efficente “bottega” che aveva nel mentre allestito, Raffaello non ha usato questa tavola per accontentare Isabella d’Este, che come ci racconta il De Vecchi, lamentava di non riuscire ad ottenere un “quadretto” di mano di Raffaello per il suo celebre “studiolo” nel Palazzo Ducale di Mantova?

Cosa rappresentava questo dipinto per Raffaello? Era forse diventato una sorta di “amuleto” che aveva portato con sé nel percorso che lo portava a rispondere alla chiamata di Papa Giulio II? Domande che probabilmente non avranno mai una risposta.

Domande peraltro del tutto superflue, perché il vero, unico e reale mistero resta un altro: la sublime bellezza di questo capolavoro assoluto che, al di là del grande equilibrio dei colori, dell’efficacia della composizione piramidale dei tre personaggi sacri rappresentati e dei ricchi e profondi significati allegorici presenti, riesce ad immortalare anche il linguaggio non verbale, a trasmettere la forte emozione comunicata da sguardi e gesti incrociati che evocano l’immensa intesa sentimentale dei protagonisti del dipinto, colmi e carichi di una meravigliosa e semplice umanità.

Questo straordinario capolavoro, che venne trafugato nel novembre del 1983 e poi recuperato in un convento abbandonato in Grecia nel gennaio del 1984 – dai nostri eccellenti Carabinieri del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale e dalle forze di polizia ungheresi ed elleniche – nella mostra La Madonna Esterházy di Raffaello a cura di Cinzia Ammannato che sarà inaugurata alle ore 18:00 del 30 gennaio  a Palazzo Barberini, verrà esposto fino all’8 aprile accanto a una gigantografia che riproduce il disegno preparatorio ed affiancata da altre tre opere, simili per formato e ambiente, conservate dalle Gallerie Nazionali.

FINO ALL’8 APRILE 2018
La Madonna Esterházy di Raffaello
PALAZZO BARBERINI – via delle Quattro Fontane 13
Orario: dalle ore 9:00 alle ore 19:00 – Lunedì chiuso
Biglietto: Intero 12 € – Ridotto 6 €
infoline: 06 4824184
email: gan-aar@beniculturali.it

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