Marcello
Teodonio

Spazi Culturali: conoscenza, confronto, discussione

Tra i più affermati romanisti, culture della lingua romana e romanesca, il Professor Marcello Teodonio è tra i massimi studiosi del Belli, Presidente del Centro Studi “Giuseppe Gioachino Belli”, Segretario scientifico del Comitato Nazionale delle Opere di Giuseppe Gioachino Belli, nonché titolare della cattedra di Letteratura Italiana presso la Fondazione Besso di Roma e titolare dell’Incarico Integrativo del Corso di Letteratura Italiana presso la cattedra di Letteratura italiana dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.

Professor Teodonio, Cultur+ intende offrire un importante contributo alla produzione culturale cittadina. A Suo parere, quali nuovi strumenti debbono essere attuati per lo sviluppo di sane politiche culturali?
«Pensiamo anzitutto a far funzionare gli strumenti “vecchi”. Cultura è, appunto, condivisione democratica: è conoscenza, confronto, discussione. E dunque i luoghi da far funzionare sono quelli “da sempre” preposti a questo obiettivo: la scuola, anzitutto; e poi i luoghi dell’educazione permanente: le biblioteche, i centri culturali, i centri anziani (che devono essere totalmente rinnovati e smetterla di essere i tristissimi spazi attuali dove si gioca a carte e si balla il giovedì). E tutti gli spazi dove appunto si incontrano ricerca e progetto, linguaggi e ipotesi».

Dalla Sua esperienza, ritiene che le Istituzioni culturali siano sufficientemente tutelate e valorizzate dalle Istituzioni politiche?
«Ma qui c’è da fare un lavoro straordinario e affascinante! Gli individui che si sono succeduti a dirigere le istituzioni culturali non hanno la più pallida idea di che cosa c’è dentro questo spazio: uomini, progetti, emozioni, storie, parole, immagini, luoghi… Un patrimonio formidabile. Ma proprio per questo bisogna che chi è chiamato a coordinare questi spazi (e in generale tutti gli spazi politici! che sono per loro natura pubblici) sia davvero competente, e non sia nominato soltanto in base all’appartenenza, alla corrente di riferimento, al manuale Cencelli. Non faccio esempi, ma penso proprio che tutti sappiano un sacco di cose in questo senso. Io, che davvero pochissimo frequento spazi di potere, sono rimasto sconcertato nel constatare in questi anni la vuotezza, l’ignoranza, la superficialità di chi gestisce questi spazi fondamentali».

Il nostro giornale dedicherà uno speciale sulla Repubblica Romana. Ci racconta il pensiero e il movimento del Belli sui tali importanti vicende?
«La Repubblica Romana fu per lui un evento terribile, che segnava quasi la fine del mondo. E in effetti a ben pensarci in qualche maniera un po’ lo fu, giacché quel mondo lì, il mondo del Potere temporale del Papa-re, di lì a poco sarebbe crollato. Il 2 agosto 1849 così scrive alla sua amica Vincenza Roberti di Morrovalle: “Dettagliate notizie di me non saprei darvene che avessero qualche merito di specialità, non avendo io sofferto che quanto afflisse generalmente i moltissimi altri: pericoli di bombe e di palle, timori di spogli, terrori di persecuzioni, spettacoli di rovine, previsioni di eccidii, lutto di morali depravazioni, prospetto di universali miserie, raccappriccio d’illegali supplizî… e via discorrendo di questo tenore. Conseguenze di tutto ciò i sonni perduti, le digestioni viziose, le fughe di domicilio in domicilio, ed altre simili deliziole: di che la salute di un poveraccio non ha potuto avvantaggiarsi gran fatto».

Le risparmio un personale commento sulle ultime vicende politiche italiane… ma sono tentato di chiederle come si esprimerebbe il Belli…
«La domanda ovviamente non ha molto senso, e non perché è anacronistica, ma per il semplice fatto che Belli ha già più volte scritto la sua analisi della situazione dei suoi tempi, che certo in qualche maniera si può accostare a quella attuale. E gli esempi da fare sono tantissimi. Gliene propongo uno:

Le speranze de Roma
Nun ho inteso; scusate, sor Pasquale:
de le vortesto un po’ ssopr’a ppenziero.
Che mme discévio? Ah, ssi aricàla er zale?
4             Eh, ddicheno de sí; ma ssarà vvero?

Voless’Iddio! Ma una furtuna uguale
io pe la parte mia poco sce spero.
Eppoi ggiú ne lo spaccio cammerale
8             inzin’a cqui nnun ze n’è ddetto un zero.

Che jje n’importa un cazzo de la pila
de la povera ggente a li Sovrani
11           che cconteno le piastre a ccento-mila?

Anzi, mó cciànnodato le missione;
e, ddopo er giubbileo, pe li romani
14          pe ssolito c’è ssempre er zassatone.
30 agosto 1835
 

Dopo il Giubileo, di solito c’era la sassata (“er sassatone”): la politica della carota e del bastone insomma. Solo che adesso pare proprio che questo sassatone ci sia anche prima. E se allora ai Sovrani della “pila” (la pentola: e cioè la sopravvivenza) della povera gente non gliene importava niente, adesso invece…»

 

Gerry Mottola

Author: Gerry Mottola

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