Ilde
Consales

Integrazione: il ruolo fondamentale della lingua

Gerry Mottola intervista Ilde Consales docente dell’Università Roma Tre

Ilde Consales è Professore Associato e titolare della cattedra di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi Roma Tre. Membro del Collegio dei Docenti del Dottorato di Ricerca “Civiltà e culture linguistico-letterarie dall’antichità al moderno” attivo presso il Dipartimento di Studi Umanistici, è anche autrice di volumi monografici e di numerosi saggi. L’abbiamo incontrata per approfondire il ruolo che ha la conoscenza della Lingua e come le istituzioni universitarie possono contribuire ai processi di integrazione.

Professoressa Consales, la lingua italiana in che modo può contribuire ai processi d’integrazione dei migranti nella nostra società? Ritiene che possa costituire in qualche modo un collante per loro?

«La presenza in Italia di comunità immigrate provenienti da Paesi devastati dalla guerra o con uno sviluppo economico meno avanzato ha ormai assunto proporzioni notevoli e si pone, inevitabilmente, come una questione sociale ed educativa. I problemi legati all’inserimento assumono purtroppo, molto spesso, le tinte drammatiche che ben conosciamo: povertà, sfruttamento, alloggi precari, estrema difficoltà nella conquista di posti di lavoro che in molti casi rimangono soltanto saltuari. Nella prospettiva dell’integrazione, dell’accoglienza, l’apprendimento dell’italiano non può non costituire una tappa essenziale, forse addirittura la prima: perché la lingua gioca un ruolo fondamentale nei processi di formazione dell’identità sociale e culturale. Possiamo, oltretutto, senz’altro affermare che l’italiano funge da collante per gli immigrati che arrivano sul nostro suolo, se ne consideriamo la forte eterogeneità: etnica, innanzitutto, ma anche tipologica e relativa al grado di scolarizzazione. Si tenga, infatti, conto che queste persone si riversano pressoché da tutti i continenti (Europa, soprattutto dell’Est; America del Sud; Africa del Nord; Asia, con Cina, Filippine, India in prima linea); che hanno motivazioni di migrazione differenti (temporanea per i migranti impiegati per lo più nel servizio domestico, come le donne provenienti dalle Filippine e dall’Europa dell’Est; di esito incerto per gli esuli politici); che possono avere un livello d’istruzione basso (specialmente le donne) o essere in possesso di titoli di studio superiore e talora anche della laurea. Va detto che l’acquisizione dell’italiano sovente avviene in condizioni di svantaggio: in genere gli immigrati giungono in Italia senza conoscere la nostra lingua e senza frequentare scuole allo scopo d’impararla. Il successo dell’apprendimento, a cominciare da quello spontaneo, in contesti naturali, si lega a un complesso insieme di fattori: individuali, come l’età (i bambini raggiungono una competenza fonetica maggiore degli adulti), la motivazione (finalizzata all’integrazione nella comunità italiana o alla più utilitaristica prospettiva occupazionale) o la durata del soggiorno; sociali e pragmatici (il contesto in cui avviene l’acquisizione, il tipo di interazione con noi parlanti nativi…); linguistici (una lingua flessiva come l’italiano, ricco di desinenze, è tipologicamente distante ad esempio dal cinese, lingua isolante quasi del tutto priva di flessione). Quanto all’apprendimento guidato in una scuola, conduce all’interno di un percorso più lungo e complesso, ma può trasformarsi in uno strumento di avanzamento e di migliore qualificazione sociale».

Quale potrebbe essere la risposta istituzionale per favorire la didattica dell’italiano a immigrati adulti?

«La capacità di fare fronte alle eterogeneità descritte nei bisogni formativi è uno dei cardini dell’insegnamento nei contesti migratori. Ma dagli anni Ottanta l’insegnamento dell’italiano a immigrati adulti ha assunto sempre più i contorni di un campo specializzato. Per gli insegnanti sono richieste competenze nella disciplina pedagogica dell’Educazione degli Adulti (EdA). Nella didattica si tiene anche conto delle diverse varietà di lingua italiana con cui gli apprendenti entrano in contatto nella quotidianità (regionali e sociali). In ambito editoriale si rileva la pubblicazione di molti manuali d’italiano per stranieri analfabeti o scarsamente scolarizzati e rivolti a specifiche categorie professionali (le badanti, le operatrici nel campo dell’estetica…)».

Immaginiamo che molti dei Suoi studenti siano di origine straniera. In che modo si rapportano allo studio e alla conoscenza della lingua italiana?

«Effettivamente una percentuale importante degli studenti che frequentano i miei corsi, e in generale degli iscritti presso la Scuola di Lettere, Filosofia, Lingue dell’Università degli Studi Roma Tre, è composta da stranieri: usufruiscono di programmi di mobilità come l’Erasmus. Devo confessare che nella maggioranza dei casi si rivelano ottimi allievi e conseguono esiti molto buoni agli esami. Sono fortemente motivati e mostrano competenze dell’italiano decisamente apprezzabili. Non solo. In molte Università europee gli studenti scelgono di seguire corsi e di sostenere esami in italiano, soprattutto per materie come la letteratura, la storia della lingua e la storia dell’arte. In tutte le mie esperienze trascorse in Atenei esteri, siano esse state soggiorni in qualità di Visiting Professor così come nei convegni internazionali, ho sempre constatato con piacevole meraviglia e con commozione quanto sia elevata la preparazione di questi stranieri. La ragione principale che li induce verso questo tipo di studi si lega a un’immagine secolare, e oggi più che mai vivida, dell’italiano come lingua di cultura: all’amore per le espressioni della nostra arte e della nostra civiltà, che ancora oggi esercitano nel mondo un fascino irresistibile».

Il mondo dell’Università come cerca di agevolare i processi di integrazione?

«L’attenzione dell’Ateneo in cui insegno nei riguardi dell’internazionalizzazione è sempre stata molto elevata e si palesa nella fitta rete di collegamenti che stabilisce e che amplia di anno in anno con Università e Istituzioni scientifiche estere. Segnalo, inoltre, con piacere che Roma Tre fa parte, assieme ad altre diciotto Università italiane, del Consorzio ICoN (Italian Culture on the Net), che opera in convenzione con il Ministero degli Affari Esteri per promuovere e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo attraverso tecnologie telematiche. Fra le tante iniziative, ICoN organizza oltre 360 moduli didattici, interamente online e con contenuti ad altro livello prodotti da docenti universitari, relativi alla nostra civiltà (antichistica, letteratura, storia, storia dell’arte, linguistica, geografia, storia dello spettacolo…): sono riservati a studenti stranieri, ma anche a italiani residenti all’estero, che studiano in classi virtuali, punti d’incontro di allievi di tutto il mondo. I Corsi di Laurea ICoN sono stati approvati dal MIUR e il titolo che alla fine viene rilasciato è una Laurea di primo livello riconosciuta a tutti gli effetti dall’Ordinamento italiano. Io stessa sono docente di riferimento per Roma Tre in questo Consorzio. Fra i miei laureati e laureandi annovero studenti sud americani, che in genere studiano l’italiano per loro origini familiari, ma anche di Paesi europei e asiatici, che si dedicano alla nostra lingua per motivi culturali. L’allieva più brillante che abbia sinora avuto è stata una studentessa del Kazakistan, che insegna italiano nel Centro di Lingua e Cultura italiana “Di più” nella città di Almaty e che si è laureata con me l’anno scorso. Le avevo assegnato un argomento di tesi di una certa complessità, sull’acquisizione della morfologia italiana in parlanti di lingua russa con particolare attenzione per l’impiego dell’imperfetto e del passato prossimo: ha prodotto un elaborato pregevole».

Gerry Mottola

Author: Gerry Mottola

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