Due anni senza Giulio Regeni

Alle 19.41 di giovedì 25 gennaio 2018 in decine di piazze italiane mille luci saranno pronte ad accendersi per ricordare la sparizione di Giulio Regeni.

A Roma l’appuntamento è alle 18:30 in piazza di Montecitorio

Nove giorni al Cairo

25 gennaio 2016: anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir, ore di coprifuoco al Cairo. Il ricercatore italiano Giulio Regeni esce dalla sua casa nella capitale egiziana: non farà mai più ritorno. I retroscena di quel giorno, l’inizio di un caso di cui si occuperà tutto il mondo.

 

Il video integrale della conferenza stampa dei genitori di Giulio Regeni al Senato nel marzo del 2016

Nella Sala Nassirya di Palazzo Madama martedì 29 marzo 2016,, con l’intervento dei genitori del giovane ricercatore, Paola Deffendi e Claudio Regeni, del loro avvocato Alessandra Ballerini e del portavoce di Amnesty International in Italia, Riccardo Noury, si svolgeva  la conferenza stampa organizzata e coordinata dal Presidente della Commissione straordinaria diritti umani del Senato, Luigi Manconi.

Sono trascorsi due anni da allora, ma poco è davvero cambiato. Le autorità egiziane si ostinano a non rivelare i nomi di chi ha ordinato, di chi ha eseguito, di chi ha coperto e ancora copre il sequestro, la tortura e l’omicidio avvenuto a Il Cairo del giovane ricercatore italiano.

Alle 19.41 di giovedì 25 gennaio 2018 in decine di piazze italiane mille luci saranno pronte ad accendersi per ricordare la sparizione di Giulio Regeni. A Roma l’appuntamento è alle 18:30 in piazza di Montecitorio.

«Noi proseguiamo a coltivare una speranza: che quelll’insistere giorno dopo giorno a chiedere la verità, quelle iniziative che quotidianamente si svolgono in Italia e non solo producano il risultato che attendiamo: l’accertamento delle responsabilità per la sparizione, la tortura e l’uccisione di Giulio. Quella verità la deve fornire il governo egiziano e deve chiederla con forza quello italiano» – ha dichiarato in una nota Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

Il 25 gennaio del 2016 Giulio Regeni veniva sequestrato, trasferito in uno o più centri di detenzione senza poter avere contatti col mondo esterno, per essere poi sottoposto nei giorni successivi a feroci torture e infine assassinato.

Da subito, chi in Egitto e in Italia conosce bene il sistema di violazioni dei diritti umani nel paese nordafricano, ha parlato di “delitto di stato”, dell’ennesima tragica sequenza sparizione-tortura-uccisione che però questa volta non colpiva una delle centinaia e centinaia di cittadini egiziani bensì un cittadino italiano.

Le autorità egiziane hanno scelto di non rispondere, adottando una tattica di attesa e depistaggio, una serie di promesse non mantenute, basta pensare al fatto che, ad oggi, rimangono ancora nascoste le immagini riprese il 25 gennaio 2016 dalle telecamere a circuito chiuso installate nella zona in cui Regeni scomparve.

E purtroppo questa tattica sembra pagare. Infatti, nonostante un comportamento davvero poco collaborativo, nel settembre del 2017 l’Italia ha deciso di far tornare al Cairo il suo ambasciatore.

La famiglia Regeni indignata per la decisione di rimandare al Cairo il nostro ambasciatore

Non solo la famiglia ma in molti, compresa Amnesty International, hanno giudicato inopportuna e del tutto prematura tale decisione, ritenendo doverose piuttosto altre ed ulteriori misure di pressione politica e diplomatica che potessero dare sostegno al lavoro investigativo intrapreso della Procura della Repubblica di Roma e al coraggio dei legali italiani ed egiziani della famiglia Regeni.

Ebbene, proprio in concomitanza del rientro del nostro ambasciatore, il legale egiziano della famiglia Regeni,  Ibrahim Metwaly veniva incarcerato dopo essere stato fermato in aeroporto al Cairo mentre stava per imbarcarsi sul volo che doveva portarlo a Ginevra per partecipare ad una riunione dell’Onu sulle sparizioni forzate.

Come se niente fosse, solo quattro giorni dopo da quell’ulteriore violazione dei diritti umani, il 14 settembre 2017 il nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini presentò le sue credenziali e la nostra rappresentanza diplomatica tornò pienamente operativa.

«La verità su Giulio è dovere di Stato» rassicurava il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che rispondeva alle critiche sottolineando che l’ambasciatore tornava con il fermo mandato di cercare di ottenere la massima collaborazione da parte delle autorità egiziane.

Il New York Times rivela: la Casa Bianca sapeva che il ricercatore italiano era stato rapito, torturato e ucciso da ufficiali della sicurezza egiziana ed aveva informato il Governo italiano

Sempre in quei giorni il caso tornava prepotentemente in primo piano. Questa volta a suscitare clamore un articolo del New York Times: ecco cosa scriveva Declan Walsh nel suo reportage pubblicato sul magazine del prestigioso quotidiano americano con il significativo sottotitolo “Gli strani garbugli nel caso della scomparsa al Cairo di Giulio Regeni”.

Il prestigioso quotidiano americano scriveva: «Gli Stati Uniti vennero in possesso dall’Egitto di prove di intelligence esplosive, prove che dimostravano come Regeni fosse stato rapito, torturato e ucciso azine da elementi della sicurezza egiziana».

Fonti dal New York Times ritenute autorevoli affermavano che «si era in possesso di prove incontrovertibili delle responsabilità egiziane» e che queste conclusioni furono comunicate «al governo Renzi su raccomandazione del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca».

Le stesse fonti raccontavano anche come l’allora segretario di Stato, John Kerry, ebbe un aspro confronto con il ministro degli esteri egiziano Sameh Shoukry, nel corso di un incontro che si tenne a Washington poche settimane dopo l’uccisione del giovane ricercatore italiano.

Insomma, non vennero fornite le prove, non era chiaro chi avesse dato l’ordine di rapire e, presumibilmente, di uccidere Regeni, ma «quello che gli americani sapevano per certo, e fu detto agli italiani, è che la leadership egiziana era pienamente a conoscenza delle circostanze dell’uccisione».

Il Governo italiano è apparso sin da subito consapevole delle grandi difficoltà. «C’è la consapevolezza che si tratta di un caso gravissimo in un contesto all’interno dell’Egitto che è sotto gli occhi di tutti – aveva dichiarato Gentiloni all’epoca ministro degli affari esteri – Se qualcuno immaginava che il tempo avrebbe portato l’Italia ad allentare l’attenzione, sbagliava. Per noi il ritorno alla normalità nelle relazioni con l’Egitto passa dalla soluzione di questo caso».

Non resta che augurarci che il ripristino delle piene relazioni diplomatiche con l’Egitto prima ancora della soluzione del caso sia frutto di una strategia per arrivare alla verità e non del timore che dal raffreddamento dei rapporti ci potesse essere qualcuno ad inserirsi per conquistare relazioni privilegiate con Il Cairo, come lo stesso Gentiloni aveva avvertito, e con convinta determinazione sostenedno che «non possiamo lasciarci guidare da questo. Mi auguro che l’attività del procuratore Pignatone possa riannodare qualche contatto utile, ma nel frattempo manteniamo la nostra posizione di insoddisfazione».

La Procura di Roma interroga il tutor di Regeni a Cambridge

E la Procura di Roma non ha alcuna intenzione di arrendersi, continua nel suo lavoro e proprio in questi primi giorni dell’anno ha eseguito l’interrogatorio di Maha Abdelrahman, il tutor di Regeni presso l’università di Cambridge.

Una iniziativa accolta con favore anche da Amnesty International che ha sempre sostenuto che la verità dovesse essere cercata a tutto tondo e apprezza ogni azione investigativa che aiuti a comprendere il contesto nel quale è maturato l’omicidio di Regeni, ribadendo però che eventuali responsabilità di natura morale o civile di altri soggetti non dovrebbero mai essere confuse né equiparate con le responsabilità penali di chi ha compiuto in Egitto quell’omicidio.

«La nostra priorità non è sapere chi lo ha ucciso ma perché» ha ribadito la mamma di Giulio, che rinnova l’appello a partecipare alla giornata del 25 gennaio, non solo per non dimenticare, ma per continuare la battaglia per la verità.

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